30 giorni senza social media

30 giorni senza social media

Ci sono dei benefici nell’allontanarsi dai social media? È davvero necessario, nell’anno corrente, essere costantemente a conoscenza di cosa fanno gli altri? Se smettessi di frequentarli sarei più produttivo, più calmo, più concentrato?
Sono domande legittime, vicine alle generazioni più giovani che crescono (o sono cresciute) con l’assillante paragone e il bombardamento di informazioni imposte dalla vita digitale.
È per questo che ho deciso di provare un esperimento: niente social media per 30 giorni.

Non sono mai stato particolarmente attivo o presente sui social, quindi non pensavo che avrei avuto alcuna difficoltà nell’allontanarmi completamente. Ciononostante, ammetto che i primi giorni sono stati i più difficili.
Più e più volte mi sono sorpreso mentre, con gesti quasi automatizzati, tentavo di controllare il telefono per sbloccarlo con l’intenzione di aprire Instagram o Facebook. Era come se istintivamente cercassi un qualcosa che tenesse occupata la mia mente dal vagare. Per evitare di cedere alle abitudini della vecchia routine, ho deciso di disinstallare ogni app ed effettuare il logout dai profili su PC.

È stato interessante realizzare come queste abitudini, come il check compulsivo e apparentemente ingiustificato, siano ormai completamente assorbite nella gestualità di tutti i giorni.
Cominciai a chiedermi per quale motivo avessi l’impulso di controllare, o cosa ci fosse di così interessante da richiamare la mia attenzione per diverse volte durante il giorno.
Che si trattasse semplicemente della maliziosa promessa di vedere qualcosa di nuovo, la falsa prospettiva di una novità imperdibile?

Il buco nello schermo

I social media sono un ottimo anestetizzante.
Un brusio insistente che occupa con subdola leggerezza il cervello, sopprimendo ogni tipo di preoccupazione. Per molti, è un metodo di evasione, un buco nello schermo in cui rifugiarsi per fuggire dalle proprie responsabilità: un modo per spegnere il cervello per un po’ senza dover sopportare se stessi.
Dopotutto, già nel ‘600, Blaise Pascal scrisse di aver scoperto che tutta l’infelicità degli uomini proviene solamente dal non saper restare in solitudine tranquilli in una camera.

Censurare i propri pensieri, schiacciandoli sotto il grigiore di un continuo scorrimento alla ricerca di novità, è pericoloso. Può portare a paragonarsi alla vita apparentemente perfetta degli altri, che appaiono così liberi da preoccupazioni e problemi, così fortunati, belli e di successo. Può sfociare in un classismo che confonde il culto del denaro con quello della bellezza. Lo yacht privato, orologio al polso. La macchina fiammante, vacanze ai tropici, vestiti firmati. Lo sdegno, a volte l’odio, verso chi non può permettersi una vita del genere. Il più delle volte, verso sé stessi.

Si acquista una certa consapevolezza quando si fa un passo indietro dal folle ritmo e dagli standard impossibili esposti come trofei di caccia su Instagram. Dopo un paio di settimane, cominciai a chiedermi quali fossero effettivamente i lati positivi dei social media.
Non c’è niente di “social” nel consumare in maniera bulimica il feed fino allo stordimento, assottigliando con lo scorrere del pollice ogni sensazione in un’attività così stimolante che diventa noiosa. Lontano dai social si può imparare a conoscere nuovamente i propri difetti, impresentabili nella vetrina di instagram, e scoprire che non c’è alcun vantaggio nell’essere infelice o nel rifiutare parte di sé nel tentativo di apparire più realizzato o desiderabile. C’è un certo senso di pace nell’immobilità e nella lentezza del mondo al di fuori del pozzo caotico dei social, nel notare i dettagli che emergono quando si fa tacere il brusio, nell’andare al proprio ritmo e sulla propria strada. Mi sono ricordato che al comando ci sono io.

Logout

Gli anglofoni la chiamano “fear of missing out”, letteralmente la paura di stare perdendo qualcosa, ed è il motore che ci riporta a ricontrollare i nostri account social. Ci siamo convinti che è importante, anzi, che è necessario.
Se c’è una cosa che questo esperimento mi ha insegnato, che è anche il motivo per cui lo consiglio a chiunque si sia ritrovato in ciò che ho scritto, è che non mi sono perso un bel niente.

Da sempre l’essere umano segue e brama l’appartenenza. Siamo creature, per l’appunto, sociali: ci piace condividere e connetterci con altri, sentirci accettati e al sicuro. Credo sinceramente che, in origine, i social furono concepiti proprio per andare incontro a questi bisogni, contemporaneamente così primitivi e importanti per ognuno di noi. Eppure sempre più sembra che queste urgenze vengano scavalcate e utilizzate come scusa per il semplice gusto di apparire. Credo fermamente che i social media abbiano un posto in questo mondo, ma che sia importante avere una relazione consapevole e attiva. Aprire una finestra per gettare lo sguardo sui panorami digitali che ci circondano è importante, ma lo è altrettanto non rimanerne incantati. Intrattenersi “sfogliando” un social non può essere una scusa per non pensare.

Forse sono semplicemente ingenuo, eppure sono certo di vivere molto meglio da quando ho deciso di prendermi una pausa dalla vuota frenesia che deriva dal continuo tentativo di impressionare gli altri.
A volte, l’unico modo per vincere nella folle gara di chi fa finta di stare meglio, è non partecipare affatto.

Ci scusiamo per il disagio.

Luca Venturino

Luca Venturino

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