Che fine ha fatto la cultura?

Che fine ha fatto la cultura?

Nei film che ci guardiamo alla sera, negli spettacoli teatrali, nella musica che passano alla radio e pure online. È proprio in questi momenti che ci ricordiamo di quanto l’arte e la cultura siano importanti.

Se non potessimo ascoltare della buona musica o vederci un bel film, le nostre quarantene sarebbero ancora più grigie e deprimenti. Guardatevi intorno: il lavoro degli artisti è fondamentale nella la nostra vita di tutti i giorni, e per questo motivo dobbiamo ricordare di non lasciarci alle spalle il mondo della cultura

Con un virus ancora in circolazione e un Paese in piena crisi, a subire il colpo peggiore della pandemia è stato l’intero mondo dello spettacolo: tra cinema e teatro. Autori, registi, attori, scenografi, musicisti, costumisti, cantanti d’opera, direttori di produzione: tutti fermi da più di un anno, e in molti costretti a cercare un nuovo lavoro. 

Sì, perché ormai lo sappiamo bene: in caso di lockdown, la cultura è sempre la prima a tirar giù le saracinesche e l’ultima a riaprire. Una scena che si ripete nuovamente, visto che già durante i tempi bui della prima e seconda ondata, i luoghi di cultura sono stati tra i primi a finire nel dimenticatoio. Questa decisione così simbolica e violenta, ha di nuovo spostato la cultura di un piano più in basso, considerando ancora una volta l’arte e l’intrattenimento dei passatempi per ricchi e un lavoro di serie B

“Alla fine, chi ci va a teatro?”

È vero: quello della cultura è sempre stato un mondo difficile e precario in cui lavorare, ma ora, dopo il colpo di grazia della pandemia, stiamo perdendo un’intera generazione di artisti, che si allontanano dai mestieri dell’arte per paura di non riuscire a mantenersi.

Questo è il dilemma

Come dargli torto?

Stiamo assistendo a un duro colpo per il mondo dell’arte, ma anche a un danno sociale che per anni continuerà a pesare sulle spalle dei lavoratori, spesso autonomi e senza tutele. 

Mentre alla fine del 2019 l’economia culturale e creativa era un peso massimo europeo, nel 2020, gli incassi sono calati di oltre il 31%. Con i teatri chiusi, gli spettacoli rimandati e l’interruzione delle riprese di film o serie, stiamo parlando di circa 173.000 lavoratori lasciati quasi completamente senza entrate e senza tutele, di cui la maggioranza giovani e donne. 

E quando si riaprirà?

Dopo mesi di lockdown, cinema, teatri, concerti ed eventi culturali dovranno fare i conti con un crollo delle presenze causato dal distanziamento sociale, rendendo disastrosa una condizione già difficile e precaria. Senza contare che una volta terminata l’emergenza pandemia, bisognerà attendere il recupero psicologico delle persone: recenti sondaggi hanno rivelato che il 46% ha ammesso che non si sentirebbe a proprio agio ad andare a un concerto dal vivo nei prossimi mesi. Addirittura il 21% ha confermato il disagio per i prossimi anni.

E non si tratta neanche di sicurezza.

Uno studio dell’Associazione italiana dello spettacolo sottolinea che, nei quattro mesi di apertura estiva del 2020, su 347.262 spettatori in 2.782 spettacoli monitorati, i casi di contagio registrati sono pari a: uno. Proprio così: dare la precedenza alla chiusura di cinema e teatri come gesto protettivo (senza chiudere le chiese, le aziende o le industrie) si è solo rivelato un gesto inutile, simbolo del fallimento di una società che non crede più nella cultura. 

Ah, perfido!

Oggi, con il passare di un’altro lockdown, stiamo ripercorrendo quella stessa strada insostenibile attraverso un format che continua a considerare il mondo della cultura come “superfluo” o – in questo caso – “pericoloso”. 

Ma non finisce qui, anche nel mondo dello spettacolo c’è chi sta peggio. 

È il caso della lirica: un mondo che in Italia parla un’altra lingua e guadagna sempre meno. Con la cancellazione degli spettacoli e le saracinesche abbassate, la pandemia ha bloccato centinaia di cantanti e molti di loro sono ora costretti a cambiare mestiere, soprattutto i giovani.

Il Covid ha chiuso i teatri, ma questi ultimi hanno potuto utilizzare (anche se in parte) il Fus: il fondo unico per lo spettacolo, che viene erogato ogni anno dallo Stato e riesce a dare un piccolo aiuto alle realtà teatrali per finanziare le produzioni. Fondi che però non spettano al mondo della lirica.

Sì, perché gli artisti lirici sono lavoratori autonomi a partita Iva, il cui guadagno lordo va a spettacolo e varia a seconda del ruolo ricoperto – chi ha la parte da protagonista prende di più, gli altri meno – e va comunque più che dimezzato

Ma non si tratta solo di cantanti o attori: dietro le quinte c’è una città di sarte, macchinisti, comparse, coristi, tecnici, costumisti, tutti fermi in casa a contemplare la grande incognita dei prossimi mesi.

Artisti smarriti

Qui vi parlo da giovane attrice, e vi dico che non abbiamo ancora affrontato il problema più grande. Dopo un anno di prove online, di spettacoli incerti, autocertificazioni, distanziamento sul palco e regole assurde, l’ostacolo più grande è lo smarrimento, in cui siamo finiti un po’ tutti. Lungo la strada, ci siamo dimenticati delle serate a teatro, dei piccoli cinema di paese e dei concerti dal vivo.

Abbiamo giustamente fermato il paese per cercare di contenere quella curva di contagi che già da un pezzo ci siamo lasciati sfuggire di mano. Ora che una luce in fondo al tunnel si può finalmente immaginare, è arrivato il momento di agire con un briciolo di buon senso per far sì che si possa ricominciare a partire dalla cultura. È anche nostro compito immaginare una nuova rinascita per questo settore: investire nel teatro, nel cinema e nella musica significa investire nel futuro di tutto il mondo.

Sono gli artisti che ci fanno sognare, non dimentichiamoli.

Ci scusiamo per il disagio.

AdelaideDiBilio

AdelaideDiBilio

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