Il mio essere grande giocando ai videogiochi

Il mio essere grande giocando ai videogiochi

Non pensare ai videogiochi: ormai sei grande; hai un lavoro stabile, una famiglia e interessanti prospettive per il futuro. Non sarai mai grande se giochi ai videogiochi.

“Hai trent’anni e un figlio”

A parte che ne ho venticinque. Ma poi, qual è il problema di avere un figlio e fare live su Twitch? o di avere un figlio e scrivere per un sito a tema Pokémon? In definitiva, avere un figlio e giocare ai videogiochi?

Certe persone, qualche volta, si sentono in dovere di dire la propria opinione – scelta rispettabilissima, se però colleghi il cervello prima di parlare! – senza riflettere sulle conseguenze. Puoi anche credere di essere simpatico, ma la tua allusione denigratoria su un mio hobby non fa che sfiduciarmi.

Sfiduciarmi non nel senso che mi toglie fiducia in quel che faccio. Mi toglie proprio fiducia nell’umanità!

Sì, sarà perché sono un grande bastardo, sarà perché sono testardo, oppure sarà che sono l’ultimo baluardo della mia creatività*; ma più mi dici così, più mi viene voglia di farla questa cosa.

Insomma, ho sempre giocato ai videogiochi. La mia generazione è cresciuta nel pieno dello sviluppo videoludico.
Come pretendi che io possa smettere da un giorno all’altro? Ma soprattutto, perché dovrei? E se poi, come nel mio caso – e di tantissimi altri – potrei fare della mia passione un lavoro, perché no?

Un’antica concezione

Non smetterò mai di giocare ai videogiochi, anche se sono grande (che poi, quando è successo esattamente?). Non ne vedo il motivo, sul serio. Il gioco per me è un hobby, una passione e di certo non voglio reprimerla per qualche assurdo pensiero.

Sono ben lungi da fare di questa passione un lavoro vero e proprio; ma io mi diverto, ci metto il massimo impegno. Dietro c’è lavoro, c’è organizzazione, preparazione e fatica. Ma qui sembra che se non ti spacchi la schiena non sia un vero lavoro. O se ti stressi in un ufficio, anche. Devi ammazzarti di lavoro e non deve nemmeno piacerti!

Ovviamente non sto dicendo che una persona non possa farsi il culo e al tempo stesso possa piacerle il lavoro. Anche io facevo un lavoro che amavo e ci davo pure l’anima, quindi lo capisco.

Però sono stufo di tutto questo pregiudizio verso questo mondo che, avrà i suoi difetti, ma che può rivelarsi utilissimo. Non si pò generalizzare un impegno nel genere con “ma stai solo giocando ai videogiochi“.

Ma i videogiochi no, perché sono un passatempo per bambini. Ormai sei grande.

Io spero di non trasmettere la passione per i videogiochi a mio figlio – potrebbe venire da sola oppure no, ma a chi importa? – ma ci terrei a trasmettergli la dedizione che metto nella maggior parte delle cose che faccio. L’impegno costante per raggiungere un proprio obiettivo, che siano 15 spettatori su Twitch o un aumento di stipendio in fabbrica. Vorrei trasmettergli la passione, un qualcosa che ho quando “gioco in diretta”, quando porto del contenuto, quando creo. Penso sia il consiglio pià grande che mi abbiano mai dato. “Crea“.

Perché saranno solo live in cui gioco ai videogiochi. Ma dietro c’è un mondo che va ben oltre ogni immaginazione.
Non sono grande, sono un grande!

Scusate per il disagio.

Luigi Franco

Luigi Franco

Chiamatemi Luigi. Mio nonno si chiamava così, il mio nome è in suo onore. Tutti intanto mi chiamano Gigi. Forse mio nonno non era così amato. Scherzo, mio nonno era un grande, quando non andava a caccia. Gigi. Così sono chiamato dagli amici. Ogni tanto qualche simpaticone ci prova con "Gigi? e la cremeria?". Li odio. Luigi mi è sempre sembrato pomposo comunque; giusto mia madre mi chiama così. La situazione non migliora quando mi chiamano per cognome: Franco. Assume subito un aspetto professionale; a lavoro io sono "Franco!". Si può dire che io abbia tre nomi: Luigi, Gigi e Franco. Scegliete voi come chiamarmi.

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