Il mio Scudetto

Il mio Scudetto

Ci siamo, ancora poche giornate e l’Inter potrà cucire lo Scudetto numero 19 sul suo petto. Prima che tutti i tifosi interisti infilino la mano nei pantaloni per grattarsi le palle, vi informo che anche io sono interista e ho appena gufato incredibilmente; ma perché in realtà, a me, di questo scudetto non interessa un cazzo.

Perché?

Tutto ebbe inizio l’8 marzo 2020. No, in realtà ebbe inizio molto prima, quando da piccino iniziai a provare passione per i colori neroazzurri. Ho splendidi ricordi, tipo l’11 maggio 2001, il 5 maggio 2002. Quello che ricordo con più dispiacere è l’eliminazione dalla semifinale Champions nel 2003, contro il Milan. Avevo 7 anni e fu terribile. Insomma, non una passeggiata; considerando poi che vivo in Piemonte e qui tifano tutti Juve, il piatto è servito. Arrivarono tempi migliori, dal 2005 al 2010. Ma quella è un’altra storia.

Come vi dicevo, tutto inizia l’8 marzo 2020; l’Italia è in fermento, qualcosa sta per succedere, la pentola a pressione sta per scoppiare. Ma chi si aspettava qualcosa del genere? Il giorno successivo, il 9 marzo, l’allora premier Giuseppe Conte firma il famoso dcpm con cui di fatto l’Italia entra in lockdown.

Quella domenica sera si giocava anche Juventus-Inter, una partita molto sentita; il “Derby d’Italia“, avete presente? Bene, oltre alla onnipresente rivalità delle due compagini, quella partiva poteva dire molto anche in chiave Scudetto. E infatti l’Inter perse. 2 a 0 e tutti a casa. Ma non fu solo quella la particolarità del match.

Infatti, la partita fu rinviata per l’emergenza coronavirus (dovrebbe essere andata così, non ricordo al 100%) proprio all’8 marzo e giocata senza pubblico in un clima surreale. Comunque, ricordo solo tante polemiche, dietro allo scempio che andò in scena quella sera. Sì, perché in cuor mio sapevo – con la situazione che stava attraversando l’Italia – che quella partita non andava giocata.

E quella sera provai un po’ di risentimento nel calcio, quasi da spingermi a non seguirlo più. Non ci sono riuscito, perché qualche altra partita l’ho seguita. Però si è accesa in me una sorta di fiamma che in questi giorni di particolari tensioni all’interno dell’intero movimento calcio d’Europa comincia ad ardere più che mai.

Che schifo

Mi fa schifo. Potrebbe sembrare un discorso qualunquista, ma nel calcio girano troppi soldi. E ho deciso di scrivere questo articolo proprio perché l’Inter è prima in classifica (anche se mentre scrivo questo sta perdendo con lo Spezia, pare) così non può arrivare il Luchetto di turno a dire “Eh ma l’Inter non vince quindi disprezzi tutto”. No, caro amico mio. Proprio perché probabilmente vincerà il Scudetto, ci tengo a sottolineare questo; potrei salire sul carro dei vincitori, dopo 11 anni di digiuno. E invece mi defilo, proprio per allontanarmi da qualcosa che non riconosco più.

Il calcio in Italia

Non basterebbe nemmeno un romanzo come Il Signore degli Anelli per descrivere il calcio in Italia. Scontato, direte voi. Cultura, dico io.
C’è qualcosa di magico, qualcosa che spinge ogni bambino a dare un calcio a un pallone; un sogno che molti di noi ragazzi hanno coltivato, nei campetti d’estate a sognare di giocare in Serie A.

Ebbene, vedo molti detrattori di questo sport che denigrano ciò che è, asserendo frasi tipo “in Italia esiste solo il calcio” oppure “gli altri sport non se li caga nessuno“. Sì e no. Non metto in dubbio che in Italia si parla soprattutto di calcio: palese la storia della Superlega di questi giorni, balzata sui giornali di tutta Italia ed Europa, passando sopra alle solite notizie sui contagi e morti da covid; incredibile, ma è successo. Devo dare ragione a questi detrattori solo in parte. Anzi, mi unisco a loro. Si parla solo di questo perché… rullo di tamburi… ci girano troppi, schifosi, dannatissimi soldi.

Ma torniamo al “sogno fanciullesco del calcio“. Quindi, ci sono almeno 7 bambini su 10 che hanno sognato di diventare calciatori. Che c’è di male? Niente, assolutamente nulla. Era solo per spiegarvi quanto sia importante il calcio in Italia. Non considero “giocare a calcio” sinonimo di “sei un ignorante del cazzo”. Ci sono ragazzi, come me, che tifavano sul serio. La prima volta allo stadio non si dimentica mai, anche se qualcosa nel “sistema tifosi” è da rivedere, dividendo bene fino a che punto si può considerare tifo senza sfociare nella violenza e criminalità.

Il calcio, in Italia, è anche punto di condivisione. Quanti di voi aspettano la partita con gli amici per vedersela in compagnia? Le chiacchiere da bar, a volte tossiche, altre piacevoli; le notti magiche dei mondiali, europei e della nazionale in generale: quelle partite che guardava pure mia nonna, che del calcio non gliene fregava un cazzo. Insomma, il calcio in Italia è unione, amicizia, famiglia e passione.

Che schifo parte 2

Che schifo perché tutto il sistema calcio va rifondato. Non voglio entrare nei tecnico, perché non ho studiato calcio, io. Ma qualcosa va cambiato a livello gestionale: non possono menarcela ogni anno con la storia dei diritti televisivi. Oppure con cifre folli di trasferimenti, compensi a procuratori e porta borse vari. Qualche volta mi domando se queste cifre siano effettivamente vere. Bestiale!

Potreste pensare anche che ci siano problemi più grandi da affrontare; ma il peso specifico che questo splendido SPORT ha nel Belpaese, non può essere lasciato da parte. Dopotutto, gli organismi che comandano questo mondo sono lo specchio di ciò che comanda tutto il resto. Una soluzione?

“Smettete di mettere il segno del dollaro su ogni fottuta cosa di questo pianeta!”

E tornate a giocare a calcio. Ma quello vero. Lo sport più bello del mondo*, se giocato con la palla e non con i soldi.
*può anche non piacere, dipende dai gusti.
**l’Inter vincerà lo Scudetto? Mah.

Ci scusiamo per il disagio.

Luigi Franco

Luigi Franco

Chiamatemi Luigi. Mio nonno si chiamava così, il mio nome è in suo onore. Tutti intanto mi chiamano Gigi. Forse mio nonno non era così amato. Scherzo, mio nonno era un grande, quando non andava a caccia. Gigi. Così sono chiamato dagli amici. Ogni tanto qualche simpaticone ci prova con "Gigi? e la cremeria?". Li odio. Luigi mi è sempre sembrato pomposo comunque; giusto mia madre mi chiama così. La situazione non migliora quando mi chiamano per cognome: Franco. Assume subito un aspetto professionale; a lavoro io sono "Franco!". Si può dire che io abbia tre nomi: Luigi, Gigi e Franco. Scegliete voi come chiamarmi.

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