L’anello forte: il tormento di Antonia Pozzi

L’anello forte: il tormento di Antonia Pozzi

Antonia sembrava una ragazza normale. Una poetessa timida, amante delle fotografie, dei libri e delle montagne. Baciata dal costante desiderio d’amore e di leggerezza. 

Poi ch’io sono una cosa
Una cosa di nessuno
Che va per le vecchie vie del suo mondo
Gli occhi
Due coppe alzate
Verso l’ultima luce

Antonia Pozzi

In pochi, però, vedevano il tormento negli occhi di Antonia. Un buco profondo, una sofferenza d’amore che la porterà sul ciglio di un grande dirupo, dove non arriva neanche la poesia.

Questa è la storia di Antonia Pozzi. La storia di una giovane donna che scelse di scrivere. 

Una poetessa, un’amante, una donna

Antonia Pozzi nasce nel febbraio del 1912, a Milano. Bionda, minuta, una bambina delicata, cresce in un ambiente colto e raffinato, sotto il peso di una famiglia importante. Il padre, Roberto Pozzi, è un noto avvocato di Milano e la madre, la contessa Lina, è una donna di grande cultura, nipote dello scrittore Tommaso Grossi.

A casa Pozzi di libri ce ne sono tanti. Antonia si circonda di grandi scrittori, di musica classica, di inchiostro e di quaderni bianchi. La madre la porta agli spettacoli della Scala e il padre la spinge verso lo studio, verso una carriera che in pochi all’epoca potevano permettersi. 

Antonia accetta il volere del padre e di una famiglia esigente e rimane al suo posto, in silenzio, con i capelli in ordine e la gonna pulita. Studentesse, madri o contadine: non c’è molto altro che una donna potesse fare in un’epoca ancora intollerante e crudele, se non piegarsi al volere di chi stava uno scalino più in alto, di chi aveva l’ultima parola: gli uomini

È ancora giovane quando butta giù le prime poesie: parole liberatorie, cariche di vita e leggerezza, contrastate dal peso di un grande smarrimento. Ma più di tutti, Antonia è stata capace di stringere in qualche goccia d’inchiostro le più belle parole di un profondo tormento d’amore

È il 1927, Antonia frequenta la prima liceo ed è subito affascinata dal professore di greco e latino: Antonio Maria Cervi. Non dall’aspetto fisico, né dal suo fascino, ma dalla cultura eccezionale, dalla passione con cui insegna e dalla moralità che traspare dalle sue parole. Negli occhi di un uomo finalmente Antonia ritrova i suoi stessi ideali: l’amore per il sapere, per l’arte e per la poesia. Incontri segreti, scambi di libri, baci rubati: il fascino diventa ben presto amore. Un amore destinato diventare tormento e sofferenza. 

Il padre di Antonia non ci mette molto a porre fine alla relazione.

“Non secondo il cuore, ma secondo il bene”, scriverà Antonia, riferendosi ad un amore incancellabile dalla sua anima, causa del suo tormento e protagonista delle sue poesie.

Povere parole

Se qualcuna delle mie povere parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur solo con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.

Pudore – Antonia Pozzi

È il 1930 quando entra all’Università della facoltà di lettere e filosofia, dove la sua vita si illuderà di piccoli amori, nuove amicizie e grandi progetti che la porteranno alla laurea con lode il 19 novembre del ‘35.

Antonia sembra vivere una vita normalissima, almeno per una ragazza come lei: di rango alto-borghese, colta, intelligente e con un talento naturale per la scrittura. Oltre alla poesia, Antonia tiene un diario e scrive lettere in cui parla del suo amore per la montagna, delle gite in bicicletta e le passeggiate nelle Alpi. E ancora della passione per la fotografia, per le lingue, per i libri e dei suoi viaggi in giro per l’Europa, tra Francia, Austria, Inghilterra e Germania.

Alla fine, però, tra i viaggi e lo studio, le esperienze più intense sono quelle delle sue piccole gite in bicicletta, o delle passeggiate nei prati, che si traducono in poehttps://www.nothingoftrue.it/alda-merini-la-poesia-in-manicomio/sia o in pagine di prosa che mettono i brividi, per lo splendore della narrazione e delle immagini. 

Indugiano
carezze non date
fra le dita dei peschi
e gli sguardi
d’amore che mai non avemmo
s’appendono alle glicini sui ponti –

Ma il fiume
è densa furia d’acque senza creste, nel grembo
porta profondi visi di montagne:
e all’immenso
svolto dei boschi trova lieve il vento,
tocca le fresche nuvole
d’aprile.

Brughiera – Antonia Pozzi

Questa normalità, si diceva, però, è solamente parvenza.

Una cosa di nessuno

È una sera di dicembre, Antonia è nervosa e prende la bici per andarsene via di casa. Fuori fa freddo, le tremano le mani, scrive un biglietto che parla di “disperazione mortale” e conclude con un timido addio. Era una ragazza con un buco dentro al cuore, forse un tormento, forse la sofferenza oppure un semplice dubbio.

È lì, in un prato, al buio, che Antonia Pozzi tira fuori i farmaci dalla tasca e decide di togliersi la vita una sera d’inverno del 1938, all’età di ventisei anni.

La famiglia negò la circostanza scandalosa di un possibile suicidio, attribuendo la morte a polmonite. Il padre distrusse il testamento di Antonia, manipolando i suoi quaderni, le sue foto e cancellando per sempre molte delle sue poesie.

Appoggiami la testa sulla spalla:
ch’io ti accarezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo: su ogni fronte
che dolga di tormento e di stanchezza
scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d’autunno
in una pozza che riflette il cielo.

Un’altra sosta – Antonia Pozzi

Ci scusiamo per il disagio.

AdelaideDiBilio

AdelaideDiBilio

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