L’anello forte: l’arte reclusa di Camille Claudel

L’anello forte: l’arte reclusa di Camille Claudel

Sono caduta nell’abisso. Vivo in un mondo così strano, così estraneo. Del sogno che fu la mia vita, questo è l’incubo

Camille Claudel

Forse è stato l’abbandono, forse la fame, o forse la tristezza di quegli anni solitari ad uccidere Camille Claudel in una notte d’autunno del 1943, nel manicomio di Montfavet, in Francia. Donna d’arte e di passione, scultrice incompresa, baciata dal genio di saper trasformare i marmi in figure dinamiche, tra dolore e tormento

Questa è una storia di ingiustizia, di una donna messa a tacere per la sua espressività artistica, reclusa e abbandonata dietro le mura di un manicomio.

Questa è la storia di Camille Claudel.

Una scultrice, un’amante, una donna. 

Camille Rosalie Claudel nasce in Francia nell’inverno del 1864, nei dintorni di Parigi. La sua è una famiglia aristocratica, ma lei è una ragazza indipendente, ribelle, troppo instabile per una società che ancora vieta alle donne di indossare i pantaloni. Faccia a faccia con un mondo esigente e intollerante, lei, la giovane scultrice non smette di voler respirare una libertà che non le sarà mai concessa. 

Dalle forme scorrevoli dell’argilla al suo talento nel scolpire figure possenti ma leggere: a Camille piace sporcarsi le mani per dare vita a sculture sempre più intense

Ma il suo futuro non si trova nelle campagne francesi. Camille ha bisogno delle strade affollate della capitale, di volti nuovi, di gallerie d’arte, di amore e ispirazione.

Nel 1881, a 17 anni, Camille convince il padre a trasferire la famiglia a Parigi per poter continuare a scolpire. Ma la giovane Claudel è pur sempre una donna. Sotto il peso di una madre esigente e delle convenzioni borghesi dell’epoca, Camille non cede: ormai per lei niente conta di più dell’arte.

Dopo due anni di studi in accademia, nel 1883 il non ancora celebre Auguste Rodin si offre come nuovo insegnante di scultura per Camille.

L’Età matura

Camille è affascinata dalla personalità di Rodin, si lascia avvolgere dall’intensità delle sue opere e si innamora. Tra i due scultori nasce un legame più forte dell’arte e Camille diventa modella, sbozzatrice, amante e ispiratrice di Rodin, nel suo atelier di rue de l’Université.

Ma Camille è ancora giovane: ha solo 19 anni e Rodin ne ha 24 in più di lei.

E mentre i due lavorano insieme con passione e complicità, la mano di Camille si confonde con quella del maestro, e insieme danno vita ad alcune tra le più grandi opere dello scultore. Rodin promette di guidarla nel mondo dell’arte e intanto Camille crede di aver trovato per la prima volta qualcuno che l’amasse per davvero.

La Valse, Camille Claudel, 1891

Stavo insegnandole a scoprire l’oro dentro la materia, in realtà l’oro era già dentro di lei

Auguste Rodin

Possiamo immaginarla facilmente, lei, così minuta eppure così tenace e determinata, aggirarsi con gonne ingombranti tra attrezzi e blocchi di marmo da scolpire, provando a mettere su pietra quello che aveva dentro.

La relazione con Rodin, però, la stava consumando lentamente. Lavorando il marmo, Camille donava inconsapevolmente le sue energie e da lei Rodin riusciva a prendere linfa vitale e ispirazione.

Dopo qualche anno, Camille rimane incinta, ma deve abortire: Rodin è già impegnato in una relazione ufficiale e la famiglia Claudel non ha mai approva il loro rapporto adulterino. La ragazza non ha altre possibilità: deve perdere il bambino.

È il 1898 quando il legame per Rodin si esaurisce lentamente. Avvelenata da soprusi e vessazioni, Camille è consumata dal tormento di un amore ormai finito, eppure, sulla pietra riesce ancora ad incidere il suo dolore.

Solo una donna

Le statue di Camille girano per gli atelier francesi, ma non solo le sue opere non vengono comprese: la giovane Claudel viene accusata di truffa e falsità. Perché alla fine Camille è solo una donna e a Parigi gira voce che l’arte della scultrice sia frutto del grande genio di Rodin.

Camille cade in miseria. Sola, nel suo atelier di Boulevard d’Italie, abbandonata dai suoi familiari e dal suo unico amore, si mette a scolpire, vende disegni e bozzetti e da una finestra guarda la vita passarle davanti.

L’Età Matura, Camille Claudel, 1895

Dopo la morte del padre, nel 1913, a Camille viene diagnosticata una schizofrenia, così la madre le firma il certificato d’internamento, e il 10 marzo dello stesso anno la rinchiudono nel manicomio di Ville-Evrard, dove passerà gli ultimi trent’anni della sua vita.

Tenetevela, vi prego! Ha tutti i vizi e non voglio rivederla!

Louise Cerveaux in una lettera indirizzata al Direttore del manicomio di Ville-Evrard

Ora è sola, tagliata fuori da un mondo che non le è mai appartenuto, rinchiusa dentro le mura grigie di un ospedale, senza marmo da scolpire. Chiede nelle sue lettere di poter uscire e tornare libera, ma la madre non vuole che torni a casa.

In questo momento, vicino alle feste, penso alla nostra cara mamma. Non l’ho mai più rivista dopo il giorno in cui avete preso la decisione di mandarmi in un manicomio! Penso a quel bel ritratto che le avevo fatto all’ombra del nostro bel giardino: I grandi occhi in cui si leggeva un dolore segreto, spirito di rassegnazione che regnava sul suo volto, le mani incrociate sulle ginocchia in totale abbandono: tutto indicava la modestia, il sentimento del dovere portato all’eccesso, tutto questo era proprio la nostra povera mamma. Non ho più rivisto il ritratto (e nemmeno lei). Se per caso ne senti parlare, me lo dirai. Non penso che l’odioso personaggio di cui ti parlo spesso abbia l’audacia di attribuirselo, come altri miei lavori; sarebbe troppo, il ritratto di mia madre.

Lettera al fratello Paul, 1938

Camille Claudel, dimenticata da tutti, muore in manicomio a settantotto anni per malnutrizione. Viene seppellita in una fossa comune e lì abbandonata per sempre. Qui si spegne la luce di una donna che attraverso il marmo ha saputo scolpire il suo tormento.

Un romanzo, un’epopea come l’Iliade e l’Odissea. Ci vorrebbe Omero per raccontarla, sono caduta dentro un baratro, vivo in uno strano mondo. Dal sogno che è stata la mia vita, ora è rimasto solo l’incubo. Da cosa deriva tanta ferocia umana?

Camille Claudel

Ci scusiamo per il disagio.

AdelaideDiBilio

AdelaideDiBilio

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