L’anello forte: le donne dimenticate della resistenza italiana

L’anello forte: le donne dimenticate della resistenza italiana

È una notte d’inverno del 1944, Emilia è senza scarpe, seduta nel freddo di una stanza spoglia. Non è sola: davanti a lei ci sono due fascisti ben armati, pronti a sparare a costo di ottenere informazioni sui ribelli. Le bastonate fanno male, ma Emilia non parla. Dopo ore di interrogatorio, i due uomini portano Emilia davanti al muro della caserma, in mezzo alla neve, e lì cominciano a sparare contro la parete. I proiettili le sfiorano la pelle e le grida spezzano il silenzio della notte.

Emilia è scalza, le lacrime cadono sulla neve fresca, non si regge più in piedi ma stringe i denti: il dolore e la paura non basteranno per farla parlare.

Emilia è solo una tra le migliaia di donne che hanno combattuto nella Resistenza italiana e contribuito alla Liberazione.

Madri, mogli, figlie, giovani staffette o combattenti ribelli: sono più di 70mila donne ad aver agito nella lotta contro il nazifascismo. 35mila combattenti, 20mila patriote, 4.500 arrestate, torturate, condannate, 2.900 giustiziate, fucilate o cadute in combattimento. Molte di loro andarono in battaglia o parteciparono ai sabotaggi, altre fiancheggiarono e fornirono ogni tipo di supporto ai gruppi di ribelli.

La resistenza taciuta

Quella di Emilia è la storia di come migliaia di donne, toccate in prima persona dai disastri che seguirono l’Armistizio dell’8 settembre, decisero di avere coraggio e prendere parte ad una grande rivoluzione. Tuttavia, il sacrificio di queste donne è rimasto ai margini delle memorie dedicate alla Resistenza partigiana per molto tempo.

Per anni, infatti, i meriti sono andati alla figura del giovane maschio partigiano, lasciando in un angolo il ruolo-chiave delle mogli, delle madri e delle figlie. Quando si parla di resistenza, pensiamo subito a personaggi come il partigiano Johnny o a Pin de Il sentiero dei nidi di ragno. Ma nessuno pensa alle donne come Emilia.

Quello delle partigiane è sempre stato considerato come un ruolo decisamente meno rilevante di quello dei loro compagni: tutto ciò che le donne potevano fare era aiutare gli uomini nel loro “lavoro di Resistenza“. Niente di più.

Cose come cucinare, lavare le divise, curare le ferite, dispensare affetto e compagnia erano certo incarichi utili, ma mai rilevanti come quelli di chi imbracciava un fucile. Mai allo stesso piano degli uomini.

E qui la strada si apre davanti ad un duplice pregiudizio. Da un lato, si ignora completamente il coraggio di migliaia di donne che a un certo punto decisero di caricarsi il fucile in spalla e prendere parte ad azioni di guerriglia e sabotaggi. E dall’altro, i lavori quotidiani vengono di nuovo messi in secondo piano. Come se avere vestiti puliti, trasportare di nascosto armi e munizioni, mangiare bene e ricevere cure mediche, sia roba di poco conto. Ma non è così.

In realtà le donne erano l’unico ponte di collegamento tra la macchia e la vita civile.

Coi messaggi nelle scarpe

La maggior parte delle donne unite alla Resistenza erano staffette: portavano cibo, informazioni e riviste di propaganda. Rischiavano la vita, torture e violenze sessuali. Ma non erano armate, quindi non si potevano difendere. Infatti, quella delle donne veniva spesso chiamata una “Resistenza senz’armi“.

Considerate fragili, insospettabili, incapaci di commettere violenza e deputate alla sola cura della casa: questo significava eludere facilmente i controlli e poter circolare liberamente per le strade senza rischiare la vita. Mentre nelle scarpe c’erano i messaggi in codice, alle donne bastava un bel vestito e un po’ di rossetto per passare sotto lo sguardo dei controlli nazifascisti.

E oltre a tutte quelle che si trovarono a combattere “per caso”, per senso del dovere o per seguire mariti, fidanzati (e talvolta figli), ci furono anche donne impegnate in politica o nelle associazioni comuniste e cattoliche con un ruolo più attivo all’interno delle brigate. Mentre il numero di partigiane aumentava sempre di più, nacquero i Gruppi di difesa della donna (Gdd), un’associazione comunista e femminista che partecipò a molte azioni di sabotaggio e lotta armata, e l’Unione donne italiane di sinistra (Udi).

Se questi gruppi nacquero con il chiaro obiettivo di aiutare gli uomini impegnati nella Liberazione, già dal 1944 cominciarono ad organizzarsi in maniera più autonoma, dando anche una mano alle vedove, alle contadine o alle madri lavoratrici. Furono fondati giornali clandestini, organizzati scioperi, manifestazioni e assemblee dove si discuteva il ruolo della donna, si riportavano notizie sulle lotte femminili e si commemoravano le cadute.

Anche questo, adesso come allora, significava Resistenza.

Con cuore di donna

Che fossero staffette o combattenti, lavandaie o tiratrici scelte, senza le donne non si sarebbe compiuta la Liberazione.

Tuttavia, nel primo dopoguerra si cadde in un silenzio generale sulla Resistenza femminile. Questo fece sì che le donne decorate con medaglie d’oro al valore per le loro azioni nella Resistenza siano state solo diciannove. Molte donne che parteciparono alle lotte, infatti, non hanno chiesto un riconoscimento perché “sentivano solo di aver fatto solo il loro dovere“.

Abbiamo combattuto con cuore di donna

Walkiria Terradura

Ci scusiamo per il disagio.

AdelaideDiBilio

AdelaideDiBilio

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