Mele bacate e spreco alimentare

Mele bacate e spreco alimentare

Ve lo ricordate cosa ci diceva la nonna? 

“Mangia tutto, che in Africa i bambini muoiono di fame”

Tolto il carico di sensi di colpa, il concetto è semplice: se te lo mettono nel piatto, lo devi finire. Sono queste le nostre antiche impostazioni morali, tramandate da chi ancora si ricorda di quando il pane in tavola non era sempre una garanzia. 

Oggi, quasi tutti viviamo la nostra vita senza chiederci se domani mangeremo oppure no. Eppure, anche se il problema del pane in tavola è quasi del tutto scomparso, non riusciamo a liberarci dell’abitudine assurda di comprare molto più cibo del necessario

Noi italiani questo problema lo conosciamo molto bene. Dall’alto delle nostre tavolate imbandite, gli strappi alla regola e l’abbondanza sono le prime qualità dei pranzi della domenica. E anche se in testa ci ronzano sempre i sani principi morali della nonna, ogni anno il problema dello spreco alimentare si fa sempre più grande. 

Tra sconti e offerte imperdibili, ci lasciamo trascinare nel vortice consumista dei supermercati e ne usciamo carichi di buste piene di prodotti a prezzi stracciati. In Italia, sei persone su dieci gettano via alimenti ancora buoni, e di queste, nove su dieci ammettono di provare forti sensi di colpa. Ma piangere sul latte versato serve a ben poco: in un anno un italiano spreca in media 36 kg di cibo, circa 3 kg al mese. 

Ed è solo grazie alle nonne se non siamo i peggiori in classifica

Un ripassino a buon rendere: ogni anno nel mondo vengono sprecati mille miliardi di dollari a causa del food waste, che equivalgono a circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo – un terzo della produzione globale, per intenderci. Solo negli Stati Uniti, il 40% degli alimenti prodotti finisce dritto in discarica, mentre in Europa il peso del cibo sprecato ogni anno sale a 89 milioni di tonnellate. Se poi nei dati teniamo conto delle 800 milioni di persone denutrite, avremo un ottimo quadro della situazione.

Solo cattive abitudini? Forse. In ogni caso, vi consolerà sapere che non è solo a tavola che avvengono le perdite peggiori. 

Il principio dello spreco

Quando si parla di spreco alimentare, bisogna fare un passo indietro per vedere meglio la sorgente del problema. Sì, perché all’inizio della catena troviamo lei: la terra. Una buonissima fetta delle perdite alimentari, infatti, avviene durante le fasi di raccolta o produzione delle materie prime. 

Mentre parlavo con un mio amico, sono casualmente venuta alla scoperta dell’assurdo percorso ad ostacoli che c’è dietro all’insalata che abbiamo nel piatto. 

“Certo, almeno il 50% dei prodotti vengono sprecati prima di arrivare al mercato. Perché? Perché se hai una mela un po’ rovinata, stai sicuro che la gente non la compra, quindi si butta. Tra la raccolta, i trasporti e la selezione, i prodotti che arrivano alla vendita sono almeno la metà di quelli che crescono nei campi.”

Ora, se pensate che la colpa si possa scaricare sugli agricoltori, vi sbagliate di grosso.

“Si tratta di educazione”, continua il mio amico, “Siamo abituati a scartare le mele bacate e a scegliere solo più belle. Dovremmo essere più consapevoli di quello che finisce nel cestino, dovremmo avere più rispetto dei prodotti della terra.”

Non ci credete?

La Fao ha stimato le fasi dello spreco alimentare durante la produzione delle materie prime: il 32 per cento – ovvero 510 milioni di tonnellate di materiale – si sprecano durante la produzione agricola; il 22 per cento – pari a 355 milioni di tonnellate – nelle fasi immediatamente successive alla raccolta; l’11 per cento durante la trasformazione industriale; il 13 per cento durante la distribuzione. Infine, come se non bastasse, il 22 per cento è lo spreco del consumatore, a livello domestico e nella ristorazione.

Cosa ci rimane?

È inutile partire alla ricerca di un colpevole: per quanto ci guardiamo intorno, il dito va puntato contro tutti quanti. I pomodori sono rovinati? Si scartano. Avanza una fetta di pane? Si butta. Questo comportamento ci spinge a comprare molto più di quanto non ci serva. Non sappiamo più cosa significhi avere rispetto per le materie prime, abbiamo una disponibilità costante e senza fine di qualsiasi prodotto ci venga in mente e in tutto questo neanche sappiamo com’è fatta una pianta di carciofi.

In ogni caso, il problema al centro di tutti questi sprechi inesauribili è uno solo: non si tratta “solo” di cibo.

Che vi piaccia o meno, lo spreco alimentare è la prima causa della deforestazione, dello sfruttamento delle risorse idriche e delle materie prime, del capitalismo e della perdita di biodiversità.

Sì, perché in tutto questo ancora non abbiamo parlato del fattore ambientale. Secondo il rapporto “Food wastage footprint. Impacts on natural resources”, l’impronta di carbonio del cibo prodotto ma non mangiato e quindi sprecato ogni anno viene stimata in 3,3 miliardi di tonnellate di Co2.

È l’acqua? Il consumo idrico impiegato per i prodotti alimentari che finiscono in discarica è di circa 250 km cubici, pari a tre volte il volume delle acque del lago di Ginevra. Senza contare, poi, che tutto il cibo prodotto e sprecato occupa quasi 1,4 miliardi di ettari di terra, e costituisce il 30 per cento della superficie occupata da terre agricole a livello mondiale.

Mele bacate

Io una soluzione non ce l’ho. Tutto ciò che posso dirvi è di partire da qui, dalla consapevolezza.

E poi, se ci guardassimo intorno, di soluzioni ce ne sono già tante: diamo supporto alle reti alimentari locali, solidali, di piccola scala ed ecologiche e tuteliamo l’agricoltura contadina dei piccoli produttori.

La prossima volta che in tavola avanza un pezzo di pane, quando al mercato vedete una mela bacata, pensate alle risorse idriche, alle materie prime, ai piccoli agricoltori sottopagati alle discariche piene di cibo e agli alberi abbattuti.

Una buona volta, pensiamoci alla terra.

Ci scusiamo per il disagio.

AdelaideDiBilio

AdelaideDiBilio

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