Peggio di così: tra virus e crisi climatica

Peggio di così: tra virus e crisi climatica

Durante la pandemia, tra foto di animali che popolavano le aree urbane e foreste libere dall’inquinamento, sembrava che la natura si fosse ripresa i suoi spazi. I notiziari di tutto il mondo parlavano con orgoglio del “più grande crollo di emissioni CO2 della storia, più della seconda guerra mondiale e dell’influenza spagnola”.

Nessuno ha saputo attendere i dati e contenere l’emozione. Studiosi e narratori della crisi climatica parlavano di come le generazioni future avrebbero “sicuramente ricordato il 2020 come l’anno nel quale l’umanità sconfisse la pandemia e salvò il pianeta”.

Come non detto

Ci è bastato buttare un occhio sui dati per smontare l’entusiasmo. Dopo la fine del primo lockdown, infatti, le misurazioni dell’inquinamento nell’aria hanno ricominciato a marciare su dati da record. In un paio di mesi siamo riusciti a recuperare il calo delle emissioni CO2 avvenuto agli inizi dell’anno e, come se non bastasse, ora viaggiamo a dei ritmi più insostenibili che mai.

La frenesia della grande “riapertura” ha portato i Paesi a sostenere comportamenti ancora più consumistici del solito.

E rieccoci al punto di partenza: tonnellate in più di rifiuti di plastica, mascherine e altre protezioni sanitarie usa e getta stanno invadendo l’ambiente. Alcuni ricercatori statunitensi affermano che nei mesi di pandemia il consumo di plastica monouso solo negli USA si sia gonfiato del 300%. E in Italia? Anche da noi non si scherza: si calcola che alla fine del 2020 quasi 300mila tonnellate di mascherine (circa 1240 tonnellate al giorno) saranno finite tra i rifiuti indifferenziati, se non in strada o in mare.

E non finisce qui: con l’obbligo di rimanere in casa, la gente ha trasferito la maggior parte dei suoi acquisti sulle piattaforme di commercio online. Anche se comprare qualche spazzolino su Amazon può sembrare tanto innocuo quanto conveniente, purtroppo non è così. Tra le emissioni dei trasporti e gli imballaggi di plastica non riciclabili, l’acquisto in rete è diventato una delle maggiori cause della crisi climatica.

Quel virus che abbatte gli alberi

L’inquinamento da record, però, è solo la punta dell’iceberg della lunga lista di problemi ambientali che ci ha lasciato la pandemia. 

Quest’anno, a vedersela brutta è stata soprattutto l’Amazzonia.

Il presidente Jair Bolsonaro, espressione dell’ultradestra latifondista e industriale, approfitta del grande stop per regalare risorse naturali ai privati. La paralisi della pandemia ha bloccato e sta rallentando i monitoraggi sul clima e le battaglie degli ambientalisti contro il governo negazionista brasiliano. Non è un caso, quindi, che anche nel pieno di una pandemia, la deforestazione della foresta Amazzonica non si sia fermata e con lei lo sterminio dei popoli Indios.

Nel solo mese di aprile, il tasso di deforestazione è aumentato del 171%: il dato peggiore degli ultimi dieci anni. Approfittando dei controlli più deboli dovuti alle misure antivirus, in pochissimo tempo, industriali e latifondisti sono riusciti a rubarci 529 kmq di foresta: tre volte la città di Milano. 

Ma il Brasile è solo un caso tra centinaia di come l’impatto devastante della pandemia sia il risultato del forte divario nelle condizioni di vita della popolazione. Quest’anno, il virus è riuscito ad aggravare gli squilibri dello sviluppo globale, peggiorando una volta di più le disuguaglianze sociali. Ciò significa che i danni collaterali dell’epidemia si ripercuoteranno a lungo sulla crescita dei paesi più poveri e parallelamente anche sulla crisi climatica.

Due anni per il clima

Persi altri due anni per il clima

Greta Thunberg

Siamo quasi alla fine dell’anno. Ora, di fronte ai disastri ambientali della pandemia, agli incendi, alle deforestazioni, agli stermini: siamo ancora in tempo?

Ci scusiamo per il disagio.

AdelaideDiBilio

AdelaideDiBilio

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